La voce è un mezzo o un fine?

home_1_00[1]

Sono sempre più persuaso di come il dibattito interno nel mondo della didattica vocale sia fortemente condizionato da un fraintendimento di base, cioè il credere che la tecnica, come strumento di conoscenza e libertà espressiva, possa essere appropriata o inefficace in relazione ad un unico e condiviso fine, e quindi che la bontà della stessa non sia la misura del raggiungimento di un risultato personale, ma il comune convergere verso specifici elementi estetici.
La realtà, quantomeno per il rock, il pop e in parte per il jazz a mio avviso è ben altra (lascio fuori ad esempio il “belcanto”, per il quale le caratteristiche tecniche definiscono in modo netto l’adesione o meno ad un preciso “sentire artistico”), e il suddetto fraintendimento è figlio di un male tipico della nostra epoca e del nostro bel paese, costruire sull’idea invece che sulla realtà concreta.
Quando si canta poco, quando si compone poco, quando ci si confronta poco con l’arte, lo studio diventa l’unico mezzo di connessione con la pratica canora, scavalca l’attività live, arriva ad essere il pilastro su cui il cantante fonda la propria artisticità, ricercando l’identità invece che nel mondo, nelle aule di scuola, dove la didattica priva del motivo espressivo che dovrebbe servire finisce lei stessa per creare stilemi come necessari obbiettivi da raggiungere.

Il percorso non è più “suono, mi diverto, mi esprimo, mi scopro e studio per fare meglio ciò che voglio”, ma spesso invece è “studio, mi scopro, mi beo del mio strumento e quindi mi chiedo: ora che repertorio posso esplorare per applicare quello che sò fare?”.
Convinti di aver scavato nel proprio universo artistico, non ci si rende invece conto di aver solamente approfondito una parte delle possibilità espressive del proprio strumento (il mezzo non il fine), senza essersi confrontati davvero con la musica, che è relazione “autentica e non protetta”.
E’ chiaro che in un percorso vocale le occasioni di scoprirsi artisticamente ci sono, però se il suddetto percorso diventa il principale campo di gioco, ci mortifica, lasciandoci osservare sempre attraverso la lente monocromatica del nostro strumento, e non attraverso il caleidoscopio ampio e universale della musica.

Un cantante che ha qualcosa da dire (cantautore o interprete) al di là del suo strumento, non potrà certamente comunque prescindere da esso come mezzo e come co-autore dell’ispirazione musicale, ma deciderà sempre di sfruttarlo quanto serve, fino o oltre il limite fisico, oppure rendendolo se necessario meno esteso, meno potente, meno “preciso” o meno “colorato”.

Un cantante invece innamorato prima di tutto della propria voce, avulso dalla musica, non la “tradirà mai”, non prescinderà mai dal massimo delle sue capacità fisiche, non la “mortificherà” (dal suo punto di vista) ingabbiandola in brani che non ne esprimano tutto il potenziale (se non in percentuale minima).
Nessuno dei due è meno “cantante” (in quanto entrambi utilizzatori a fini personale dello strumento voce), ma non sono allo stesso modo “musicisti” (cioè comunicatori che usano la voce in un contesto musicale), le differenze tra loro sono a mio avviso importanti, e diventano decisive nel momento in cui si approcciano allo studio.

Per chi pone lo strumento al di sotto e quindi in funzione della propria personalità artistica, lo studio deve DARE QUELLO CHE SERVE PER IL TEMPO NECESSARIO (escludo dal discorso un periodico training comune a tutti quelli che cantano molto per anni).
Per chi invece pone lo strumento al di sopra del fine che esprime lo studio è un luna park aperto e sconfinato di possibilità, ogni imput e ogni esperienza genera e modifica la propria percezione dell’arte, e un percorso didattico, tra diversi insegnanti e corsi di approfondimento (come fonte continua di ispirazione) può non finire mai, divertendo, entusiasmando (non c’è nulla di male in questo) senza però portare mai a nulla di davvero personale, nulla di davvero espressivo e quindi a mio personalissimo avviso, di artistico.

Quindi, come in altre occasioni mi son trovato a dire, capite chi siete, capite cosa cercate dal vostro percorso, quanto il mezzo condizioni il fine o viceversa, e in virtù di ciò, cercate il giusto maestro, per soddisfare il vostro personale bisogno di canto, che sia arte, intrattenimento, terapia, con onestà verso sè stessi e verso gli insegnanti con cui lavorate.
Buon inizio di anno accademico!
Simone Moscato

Un pensiero riguardo “La voce è un mezzo o un fine?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...